VALUTAZIONE CRITICA RETROSPETTIVA DELLO STUDIO CONDOTTO SU LAVORATORI ADDETTI ALLA BONIFICA NELLA ZONA A DI SEVESO E MODERNA GESTIONE DEL RISCHIO DA DIOSSINA IN ZONE A FORTE PRESENZA DI INSEDIAMENTI INDUSTRIALI QUALE L'AREA DI TARANTO

  • Vittorio Esposito ARPA Puglia
  • Giorgio Assennato
Parole chiave: disastro, bonifica, siderurgia, esposizione, emissioni

Abstract

Uno degli Autori (G.A.) fu consulente come epidemiologo occupazionale per l’Ufficio Speciale di Seveso della regione Lombardia dal 1979 al 1983. Uno dei primi compiti fu quello di disegnare, realizzare e valutare uno studio sulla salute dei lavoratori addetti alla bonifica nella zona A fortemente contaminata da 2,3,7,8-TCDD. Il razionale dello studio era legato al fatto che le routinarie attività di sorveglianza sanitaria nei confronti dei lavoratori potenzialmente esposti a TCDD non erano sufficienti a tutelare la salute degli addetti, dato che all’epoca non era possibile effettuare un adeguato monitoraggio biologico attraverso misure ematiche di TCDD. All’epoca l’unica possibilità di effettuare misure biologiche di TCDD consisteva nel sottoporre  i soggetti ad una biopsia adiposa con almeno 5 grammi di tessuto adiposo, cosa evidentemente eticamente inaccettabile. D’altra parte in precedenti episodi si erano manifestati casi certi o sospetti di intossicazioni da TCDD nei bonificatori: in particolare nel 1953 presso una fabbrica della tedesca BASF analoga all’ICMESA c’era stata una esplosione e quando, dopo due anni, un lavoratore rientrò per la bonifica ebbe una intossicazione acuta con pancreatite ed epatite acuta rapidamente fatale. Analogamente ben 79 casi di cloracne si erano verificati in un impianto analogo in lavoratori non presenti al momento dell’esplosione ma rientrati per le operazioni di bonifica immediatamente dopo l’evento . In un incidente simile in un impianto della Philips in Olanda ben dieci su sedici lavoratori svilupparono cloracne. L’impianto fu poi smantellato, caricato su una nave ed affondato nell’oceano Atlantico. In quest’ultimo caso le misure di sicurezza adottate erano molto simili a quelle adottate a Seveso.I dispositivi di protezione individuale includevano una tuta “air-supplied” in cui l’aria era fornita da un compressore collocato in un locale adiacente. Alle operazioni di bonifica furono addetti dieci lavoratori, nessuno dei quali ebbe né sintomi clinici né deviazioni rilevanti di parametri di laboratorio. Altri due  lavoratori che non appartenevano alla squadra di bonifica furono inviati sugli impianti per svuotare delle cisterne. In una occasione non rispettarono i codici di comportamento stabiliti, per cui entrambi a poche settimane distanza ebbero delle anomalie nei parametri funzionali epatici che si evidenziarono undici settimane dopo l’episodio e ritornarono molto lentamente nella norma nel periodo successivo. Di qui la necessità di definire un protocollo di studio molto rigido per la sorveglianza sanitaria, fondato sulla conoscenza per ciascun lavoratore dei valori dei parametri di laboratorio prima, durante e dopo l’attività di bonifica.

In relazione alla gestione del rischio da diossina in altre aree a forte presenza di insediamenti industriali e in tempi più recenti può essere utile illustrare il caso di Taranto, per il quale a partire dall'anno 2007 l'Agenzia Regionale per la Prevenzione e la Protezione dell'Ambiente (ARPA) della Regione Puglia sotto la Direzione Generale dell’autore G.A. ha condotto una serie di campagne di misura alle emissioni convogliate per gli impianti industriali situati nell'area industriale della città. Sebbene per queste industrie, ed in particolare per il centro siderurgico a ciclo integrale, attivo a partire dagli anni sessanta, quindi di molto precedente il disastro di Seveso, le stime sul flusso di massa annuale di inquinanti organici persistenti (POPs) fossero già disponibili e pubblicate negli inventari Europei, le misure reali restituirono valori che superavano le precedenti stime, peraltro già decisamente elevate, e resero necessario uno studio approfondito sul trasporto e sull'accumulo di diossine e PCB nei vari compartimenti ambientali e sul conseguente impatto sulla catena alimentare. Il ritrovamento di elevati valori di diossine e PCB diossina-simili in campioni di origine zootecnica, eccedenti i tenori massimi fissati in sede Europea, causò l'immediato allarme fra i cittadini e le Autorità locali. Come prima ed immediata risposta fu promulgata una Legge Regionale (LR 44/2008) che impose limiti più stringenti alle emissioni convogliate per il settore metallurgico.  A seguito di queste azioni legislative si è ottenuta una netta riduzione del flusso di massa annuale di POPs come evidenziato dalle più recenti misurazioni alle emissioni convogliate. Tuttavia, le emissioni diffuse e fuggitive contribuiscono ancora in maniera significativa all'impatto complessivo sui suoli agricoli e sulle superfici urbane, come dimostrato dai livelli di diossine e PCB diossina-simili riscontrati nelle deposizioni atmosferiche.

Biografia autore

Vittorio Esposito, ARPA Puglia
Dr Vittorio Esposito, PhD
Direttore Servizio Territoriale Taranto STTA
Responsabile Polo di Specializzazione Microinquinanti
ARPA Puglia, Dipartimento di Taranto
C.da Rondinella, ex Osp. Testa 74100 Taranto
Tel: 099 9949764 - 099 9946321 Fax: 099 9946311
www.arpa.puglia.it
Pubblicato
27-03-2017
Sezione
Articoli di ricerca